SONO PAZZO DI THEO: La “theopsia” di Vincent Van Gogh

di Concetta Biscotti

Esaminare Vincent Van Gogh (1853-1890) si può fare, non con la stessa originalità della scuola del museo di arte di San Paolo di Brasile (MAPS) che ha messo in scena l’autopsia del pittore come metafora di approfondimento della sua arte; ma, grazie alla corrispondenza tenuta da Vincent Van Gogh a Theo Van Gogh (1857-1891) si può ricreare una theopsia, cioè si può vedere con gli occhi del “Caro Theo” chi è stato Vincent.

La prima raccolta integrale di epistole fu pubblicata da Johanna Van Gogh Burger, moglie di Theo, nel 1914; con il passare degli anni è stata tradotta e pubblicata in tutto il mondo.
“Mio caro fratello,
[…]Vorrei scriverti a proposito di tante cose, ma ne sento l’inutilità […] prima che ci sia la possibilità di chiacchierare di affari a mente più serena passerà molto tempo […]”
Inizia così l’ultima lettera di Vincent Van Gogh scritta a Theo, disagio delle ultime ore della sua vita e presagio che dopo qualche mese sarebbe morto anche il fratello.

In generale Vincent Van Gogh è conosciuto da tutti come il pittore che ha rigenerato, insieme agli impressionisti, le nuove regole dell’arte contemporanea; ma il Van Gogh “scrittore” rimane tuttora poco considerato, nonostante ci abbia lasciato più di 800 lettere, per la maggior parte indirizzate a Theo.
Il suo epistolario è il testamento della sua anima, proprio perché scrive senza filtri, sentendosi libero anche di allegare nei sui scritti schizzi, bozzetti, preghiere,desideri, richieste, critiche.

Theo Van Gogh (1887)

E’ molto complicato riassumere i temi delle lettere: da qui emergono una forte fede, la sua figura di religioso, le sue difficoltà nell’imparare una nuova lingua, un bisogno incessante di aiuti economici, la sua curiosità nei confronti dell’altro, la sua stima per i maestri Delacroix, Corot e Millet, la sua umiltà e la sua povertà, il tutto nella consapevolezza del suo essere artista non riconosciuto.
Forse è proprio qui la formula segreta dell’essere artisti: seguire il proprio spirito, nonostante i giudizi degli altri.
Quando si legge Van Gogh, quando si ha il privilegio di immergersi nei pensieri di un talento così raro, la prima cosa che suscita stupore è che non è un Dio o un essere immortale, ma una persona come noi, con infiniti dubbi e paure: in quel “Caro fratello” si riconosce forse un appello all’umanità, una richiesta di aiuto, un arrivederci alla vita.

Chissà quali sono stati gli ultimi pensieri di V. prima di decidere di premere la rivoltella: sarà stato un atto di pura pazzia oppure uno stato di pura affermazione di sé? La società è abituata ad additare il diverso con etichette sociali come pazzo, folle, matto o “esaurito” ma non prova a vedere con gli occhi di quel “diverso“.
Van Gogh non insegna solo storia dell’arte, ma diventa un maestro di vita, insegnando sia con i disegni che con le parole. La firma VINCENT è la chiusura di ogni dipinto, ma nel finale delle lettere aggiunge “tuo” davanti al proprio nome: dietro a quel “tuo” si cela tutta la volontà di donarsi agli altri.

Comments

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *