La Resistenza al femminile: tra disillusione e orgoglio — Anna Cinanni

di Matteo Orfei

 

La storia di , al secolo “Cecilia”, è nettamente diversa da Elsa Olivia; nata in Calabria da una famiglia di coltivatori diretti, emigra a Torino con i suoi dopo la morte del padre. Conclusa la quinta elementare lascia la scuola e va a lavorare come operaia alla Wamar, famosa industria dolciaria torinese, percependo uno stipendio irrisorio. All’apertura della prima busta paga nota l’imposta della “ricchezza mobile” trattenuta dallo Stato; Cinanni stessa dichiara che quell’episodio l’ha segnata profondamente, destando in lei una sorta di consapevolezza. Pur non essendo ancora dichiaratamente antifascista ha cominciato ad avvicinarsi più alle colleghe che «avevano coscienza» piuttosto che alle altre.

I suoi primi rudimenti di politica sono dovuti al fratello maggiore Paolo che aveva studiato per diventare insegnante ma non è stato ammesso all’esame a causa della riforma Gentile; il giovane aveva infatti perso una gamba in un incidente ed era quindi impossibilitato a sostenere la prova di educazione fisica. Nel frattempo Anna studia da comptometrista, entra alla Venchi Unica e frequenta casa Pajetta, dove ha l’occasione di conoscere anche la moglie di Ludovico Geymonat.

Nell’ambiente di lavoro cominciano ad essere note le suepartigiane posizioni politiche così, poco dopo l’8 settembre, si licenzia. Il fratello, a questo punto, le fissa un appuntamento proprio con Geymonat, il quale le offre un posto come staffetta; il suo compito sarà mantenere i contatti tra gli antifascisti della provincia di Cuneo. A causa di vari imprevisti Cinanni viene scoperta ed è costretta a cambiare zona, diventando il collegamento tra tutta la regione Piemonte e il CLN Alta Italia, con sede a Milano: aveva il Piemonte nelle sue mani.

Nel 1945 subisce un arresto a Vercelli ma, nonostante mesi di interrogatori e tortura, lei non cede e non rivela altro che una storia inventata. Alla vigilia del trasferimento a Torino, dove sarebbe comparsa di fronte al Tribunale Speciale, il che equivaleva alla condanna a morte, i compagni predispongono uno scambio: dieci tedeschi per la sua libertà. Tale scambio, fissato per il 30 aprile, si rivelerà però inutile dato che i fascisti abbandoneranno le postazioni il 26 dello stesso mese.

Anna Cinanni,rimase delusa dai fatti del dopoguerra, in primis dall’amnistia siglata da Togliatti nel 1946, che ha dato la libertà a molti fascisti incarcerati, poi dalla mancanza di giustizia sociale e di libertà e dal poco valore riconosciuto alle donne che avevano fatto la Resistenza. Le argomentazioni della Cinanni rispecchiano la consapevolezza delle mancanze dei partigiani stessi, poco preparati politicamente e forse troppo ingenui a non aver pensato che «l’avversario si sarebbe certamente organizzato». Anche per quanto riguarda il ruolo della donna Cinanni esprime il suo pensiero in modo lucido ed estremamente critico: le donne non si sono fatte avanti quando avrebbero dovuto. L’emancipazione però c’è stata, più nei grandi centri che in campagna e le donne possono anche fare le macchiniste se vogliono, non occorre più che si sposino per essere mantenute; inoltre l’emancipazione vera, dal suo punto di vista, è quella avvenuta a livello mentale: le donne hanno finalmente scoperto loro stesse, il loro intrinseco valore, ma soprattutto hanno sviluppato una coscienza, la qual cosa rappresenta il principale sintomo di cambiamento.

Secondo le parole di Elsa Oliva la posizione delle donne non è cambiata quanto avrebbe potuto o dovuto: lei si dichiara fortunata perché con i compagni ha vissuto un rapporto assolutamente paritario ma ad altre donne altrettanto coraggiose, che hanno servito la causa della Resistenza per esempio come staffette e sono state quindi costrette ad attraversare le linee nemiche disarmate, non è stato dato il riconoscimento meritato. Durante il periodo passato in montagna le è stato quasi impossibile avere una formazione politica vera e propria: i comunisti in sé erano pochi e nelle formazioni autonome non c’era nemmeno il commissario politico. La vera maturazione per Oliva si è verificata in seguito e non è mai terminata; ha sempre guardato con occhio critico alle riforme e ai provvedimenti di governo, sia durante la lotta sia dopo, perché le sue aspettative sono state disilluse: non ha visto un governo che si occupasse davvero delle fasce bisognose della popolazione.

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