Wikileaks, strumento filosofico della praxis

“Era già contenuto nel mito [..], modelli che si ripetono senza posa: Giganti e Titani si ripresentano di continuo, e sempre con lo stesso immenso potere. L’uomo libero li abbatte; non necessariamente dev’essere un principe o Eracle in persona. E’ già successo che bastasse la pietra scagliata dalla fionda di un pastore, il vessillo innalzato da una vergine, il lancio di una balestra”
(Ernst Junger , Il Trattato del Ribelle)

 

WikiLeaks, l’organizzazione internazionale non governativa fondata nel 2006 dal programmatore australiano Julian Assange, detiene il record di aver pubblicato il maggior numero di documenti governativi segretati dalla nascita della stampa libera.

Il sistema si basa su una drop box, protetta da un potente sistema di cifratura, mediante cui la testata riceve documenti coperti da segreto, di carattere governativo o aziendale, da whistleblower.

L’etimologia di Wikileaks può essere scomposta in due neologismi: “wiki” che rimanda a Wikipedia, la più grande enciclopedia libera e gratuita su Internet e “leak”, che significa perdita, mancanza e che nel linguaggio giornalistico è diventato sinonimo di fuga di notizie; quindi Wikileaks può essere definita come “la più grande enciclopedia libera e gratuita sul web di fughe di notizie relative a comportamenti non etici di governi ed aziende

Per inquadrare il lavoro di Wikileaks nel concetto di filosofia della prassi, dobbiamo chiarire la contrapposizione tra attività pratica (la prassi) e l’attività speculativa, distinzione nata in seno alla filosofia antica, in particolar modo aristotelica.

La filosofia pratica e quella teoretica hanno in comune il fatto di cercare la verità, ovvero la conoscenza dello stato delle cose, e la causa di come stanno effettivamente; la differenza risiede nel fatto che per la filosofia teoretica il fine ultimo è la verità, mentre per la prassi la verità è un mezzo in vista dell’azione.
In altre parole, la filosofia teoretica aspira a conoscere la realtà, mentre la filosofia pratica cerca di instaurare una nuova realtà.

Il concetto di prassi fu ripreso da Karl Marx per indicare l’attività umana trasformatrice del reale e produttrice della storia. Le due forme di azione fondamentali per analizzare il presente e la modernità sono: l’azione lavorativa (il lavoro) e l’azione critico rivoluzionaria.

Nell’ Ideologia tedesca, “Feuerbach – scrive Marx – ha risolto Dio nell’uomo, ma l’uomo viene da lui concepito solo come essere naturale, e non come essere storico, che trasforma continuamente la natura. E quanto più la prassi umana è consapevole del mondo in cui essa si attua, tanto più essa è in grado di umanizzare questo mondo.

Questa critica alle apparenze riconfigura totalmente l’idea della filosofia moderna. La lettura delle Tesi su Feuerbach (1845),infatti, mostra la fondazione di una filosofia storicamente originale: è la filosofia della prassi, volta alla liberazione dell’uomo dall’alienazione sociale.

Mezzadra e Ricciardi scrivono che l’approccio marxiano non punta tanto a riformulare i concetti politici in base alla capacità che essi hanno, ma da una parte punta a rappresentare tratti fondamentali della realtà a cui si riferiscono, e dall’altra a celare la natura reale dei rapporti sociali di cui essa.

Questa lettura ispirò, oltre che l’intera tradizione marxista, anche l’attualismo di Gentile, teorizzando che la prassi non può essere una filosofia materialistica, poiché essa è possibile unicamente in virtù di pensieri e di volontà dell’uomo che, in quanto ente storico, è artefice del proprio mondo. Questa interpretazione gentiliana della filosofia di Marx ha fortemente influenzato il marxismo di Gramsci, il quale la definiva una “filosofia della prassi”.

Karl Marx, nella sua opera “La questione ebraica” sostenne che l’ancién regime tedesco “si immagina ancora di credere in sé stesso e pretende dal mondo la stessa immaginazione” e in un tale contesto “bisogna rendere ancora più oppressiva l’oppressione reale con l’aggiungervi la consapevolezza dell’oppressione, ancor più vergognosa la vergogna, dandole pubblicità”.

La situazione odierna non è dissimile dall’ancien régime tedesco: gli agenti politici spingono a credere nell’idea di democrazia, diritti umani, libertà individuali, ma Wikileaks disincanta l’opinione pubblica rendendo pubblici e accessibili documenti che testimoniano il processo planetario di graduale limitazione dell’utilizzo pubblico della ragione.

Julian Assange si autodefinì ironicamente “spia del popolo”, e questa definizione rappresenta un altro aspetto della prassi marxista alla base del whistleblowing. “Spiare per conto del popolo” non rappresenta la negazione dello spionaggio (in quel caso si parla di doppio gioco), quanto piuttosto la sua autonegazione, ciò che mina la base stessa dello spionaggio, poiché lo scopo è quello di rendere pubblici e accessibili i segreti; è una logica analoga alla base teoretica della “dittatura del proletariato” marxiana: l’autonegazione del principio della dittatura che avrebbe dovuto portare al superamento dell’ottica statale.

Un ulteriore merito di Wikileaks è quello di promuovere i commons dell’informazione creando “la più grande enciclopedia libera e gratuita sul web di fughe di notizie relative a comportamenti non etici di governi ed aziende” , rendendo accessibili a chiunque con un click, le informazioni relative al modo con cui gli organismi statali controllano i cittadini.
I beni comuni (in inglese commons) sono beni utilizzati da più individui, caratterizzati dalla difficoltà di esclusione e il cui “consumo” da parte di un attore riduce la possibilità di fruizione da parte di altri: sono risorse prive di restrizione nell’accesso.

I commons dell’informazione si sono affermati come uno dei terreni decisivi nella lotta di classe moderna sia sotto il profilo economico sia sotto il profilo socio-politico. La libera circolazione di idee e di informazioni presenta dei pericoli: l’espansione di provider non creativi (ad esempio Facebook, Google) esercitano un potere quasi monopolistico di regolamentazione del flusso di dati, mentre i produttori sono relegati all’anonimato della rete; è in questa contraddizione che si colloca il potere di Wikileaks.

I whistleblowers, i delatori interni, giocano un ruolo cruciale nel mantenere viva la ragione pubblica. Non si tratta semplicemente di “gole profonde” che denunciano le pratiche illegali di aziende private (i libri “segreti” del culto di Scientology, le pratiche illegali ) o di autorità pubbliche ( “Collateral Murders” – omicidi di civili da parte di soldati americani in Iraq, le pratiche di detenzione a Guantamo, Podesta’s Email ect.); denunciano queste stesse autorità pubbliche nel momento in cui utilizzano un “uso privato della ragione”.
L’effetto delle rivelazioni dei whistleblowers è molto di più della denuncia dei regimi apertamente oppressivi: rendono pubblica l’illibertà che è alla base della situazione stessa in cui ci sentiamo e consideriamo liberi.

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