La strage di Capolapiaggia: un sopravvissuto racconta

di Lucrezia Boari

“Crescevamo in fretta, a dieci anni già badavamo alle bestie”, racconta Egidio Marchi, che di anni ne ha dodici quel 24 giugno 1944, quando la violenza delle truppe tedesche in ritirata si abbatte sulle piccole frazioni nei dintorni di Camerino: Letegge, Leteggiole, Statte, Pozzuolo, Pielapiaggia, Capolapiaggia.

Il mondo del dodicenne Egidio è un microcosmo di una trentina di famiglie, poco più di 250 persone che si conoscono da una vita e sono legate fra loro con vincoli di parentela. Condividono da sempre la fatica quotidiana del lavorare la terra, del badare alle bestie. Hanno condiviso la miseria e la paura in quattro anni di guerra. Condivideranno il lutto di quaranta morti.

Quaranta morti a cui Egidio Marchi sa dare un nome, un volto, una biografia: li conosceva tutti, uno per uno. Parenti, vicini di casa, compagni di giochi di un’infanzia contadina già breve, e resa ancora più breve dalla guerra, che ti costringe a guardare in faccia la violenza e l’orrore.

Già tre giorni prima di quel 24 giugno 1944, dodici civili erano stati fucilati nella frazione di Morro.
E’ il colpo di coda dei nazisti sconfitti. Costretti alla ritirata, vogliono lasciarsi dietro una scia di sangue, consumando un ultimo attacco contro i Partigiani della zona, il Battaglione “Fazzini”, edun’ultima vendetta contro i civili che si erano dimostrati solidali con la Resistenza. La provincia di Macerata sarà liberata da Partigiani ed Alleati pochi giorni dopo, tra la fine di giugno e i primi di luglio 1944.

Il 24 giugno è San Giovanni Battista, è festa, si va in chiesa. Le campane che suonano a festa vengono scambiate dai tedeschi per un segnale di pericolo rivolto dagli abitanti ai Partigiani della zona e così il comandante tedesco dà l’ordine di attaccare.

Quindici Partigiani vengono catturati e fucilati a Pozzuolo, quattro a Pielapiaggia, mentre tra Statte, Leteggiole e Letegge vengono catturati diciotto Partigiani e poi rastrellati casa per casa tutti gli uomini, compresi gli anziani e i ragazzi appena adolescenti. Egidio, con i suoi dodici anni, è il più giovane.

Suo padre quel giorno è in montagna a far pascolare le bestie e raccogliere fieno. Vorrebbe scendere in paese per la Messa ma non può. Rinuncia alla devozione e così si salva dal rastrellamento.
Tutti i catturati vengono avviati in fila per uno dai tedeschi verso Capolapiaggia, verso la morte.

Egidio è l’ultimo della fila, con lui c’è solo un soldato tedesco. Ancora oggi Egidio ricorda perfettamente il volto di quel giovane pallido e biondo che si asciuga continuamente il sudore dalla fronte in quella giornata afosa.
Egidio trova il coraggio di fermarsi e guardarlo negli occhi. E’ il coraggio di quello sguardo a salvargli la vita.
Il soldato si accorge che sta per fucilare un bambino.

Egidio coglie nei suoi occhi incertezza, esitazione. Il tedesco si guarda intorno, non c’è più nessuno, gli altri sono già andati avanti. Lui ed Egidio sono soli. Nessuno può vederlo. Lontano dagli occhi di commilitoni e superiori, il tedesco afferra Egidio per un braccio, lo spinge via, gli fa capire a gesti che deve scappare in direzione opposta.

Egidio scappa. Conosce quei luoghi come le sue tasche, raggiunge una piccola grotta dove si nasconde. E aspetta.

I prigionieri intanto vengono condotti a Capolapiaggia e fucilati. Sono in tutto quaranta.
La notizia della fucilazione si diffonde e a Capolapiaggia arrivano dalle frazioni circostanti gli abitanti in cerca dei loro cari. Li trovano ammassati in un fosso dietro alla chiesa. Li portano via su carri trainati da buoi, tre carri carichi di cadaveri.

Quel giorno, ricorda Egidio, l’aria è piena di grida e lamenti: in ogni casa si piange almeno un morto. Tanti sono i padri fucilati insieme ai figli. Non si trovano abbastanza bare per seppellire tutti quei morti, alcuni vengono sepolti in casse di legno improvvisate, procurate proprio dal padre di Egidio che, ritornato dal pascolo, ha scoperto di essere un sopravvissuto, uno dei pochi uomini rimasti in vita.

Egidio ricorda in particolare la madre di uno dei fucilati, un suo amico di quattordici anni, che carica sul dorso di un asino il cadavere del figlio, straziato e coperto di sangue, per andare a lavarlo in un vicino ruscello. Dopo averlo lavato e rivestito, quella madre depone il corpo del proprio figlio davanti alla soglia di casa. Prima di seppellirlo vuole che tutti lo vedano, che tutti sappiano cosa è successo a Capolapiaggia.

Solo recentemente Egidio Marchi ha condiviso la sua storia di dodicenne scampato ad una strage nazifascista. Ha guidato nei luoghi di quella strage alcuni amici dell’ANPI, ricordando e raccontando, accompagnato dalla telecamera dei giovani Yuri Roselli e Monica Quadraroli.

Il video realizzato è stato proiettato per la prima volta l’8 aprile scorso a Camporotondo di Fiastrone nell’ambito di “EppuResiste – Festa migrante delle resistenze e dei territori”.
Alla proiezione ha assistito anche Egidio, accolto con affetto ed emozione da un pubblico numeroso.

Parlare di quel 24 giugno 1944 ha riaperto una ferita, ha raccontato Egidio al termine della proiezione, ma è un dolore che vale la pena sopportare se la sua testimonianza potrà raggiungere le nuove generazioni, come un’ eredità di memoria e un monito contro la dittatura e la guerra.

Egidio Marchi con Monica Quadraroli e Yuri Roselli

 

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