In Macedonia per uno scambio su immigrazione e rifugiati – Intervista a Martina

Continua con questa nuova intervista la nostra rubrica “Io e L’Europa” insieme all’ass. Iniziativa Democratica. Oggi abbiamo incontrato Martina, che di recente è stata in Macedonia per il progetto “Be the change”.
Andiamo a conoscerla!

Ciao Martina! Ci parli un po’ di te?

Ciao! Mi chiamo Martina Adinolfi, ho 22 anni e sono di Bergamo. Lo scorso luglio mi sono laureata in Lettere Moderne alla Statale di Milano, ma non sapevo come e se continuare a studiare. Mi sono quindi presa un anno sabbatico, ancora in corso, durante il quale ho viaggiato e preso parte a diversi progetti: Estonia, Croazia, Brasile e, da ultimo, Macedonia. Se ora sono (quasi) pronta per tornare sui libri, lo devo a questi mesi di riflessione con lo zaino in spalla.

Sappiamo che di recente hai preso parte al progetto “Be the change” in Macedonia. Vorresti parlarci di come ne sei venuta a conoscenza e cosa ti ha attirato del progetto?
A febbraio mi sono imbattuta nella call per group leader di Iniziativa Democratica e da allora sono membro dell’associazione. Quando sul loro sito ho letto dello scambio in Macedonia, ho pensavo fosse un’ occasione imperdibile, non solo per visitare uno dei paesi dei Balcani che più mi attirava, ma soprattutto per imparare qualcosa in più in merito alla questione dei rifugiati, tema cardine del progetto.

Il tema dello scambio riguardava infatti la tematica dei rifugiati. Come molti di noi sanno, la questione degli immigrati e dei rifugiati in Macedonia è da diversi anni, ma in particolare dallo scorso anno, veramente delicata. Vorresti darci una tua opinione in merito?
Nel corso dell’estate scorsa circa 42 mila rifugiati provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan sono entrati in Macedonia. Camminavano lungo i binari dei treni, quando non potevano salirci, con l’obiettivo di arrivare in Serbia, e da lì nell’Europa del nord. La Macedonia era quindi un paese di transito sulla via della “Terra Promessa”. All’impennata di rifugiati in ingresso, tuttavia, è seguita una politica di chiusura e restrizione delle frontiere con la Grecia da parte del Governo Macedone.
Si tratta di una questione delicata, credo però che la cooperazione e l’accoglienza siano fondamentali e che solo l’ inclusione permetta di abbattere le paure e i pregiudizi.
Quando i miei bisnonni sono scappati dal Bel Paese alle soglie della Prima Guerra Mondiale, hanno trovato tante porte aperte. Perché ora dovremmo chiuderle noi?

Come avete affrontato la questione attraverso il vostro progetto “Be the change”? 
Durante i primi giorni abbiamo lavorato sulle definizioni chiarendo come i concetti di rifugiato, migrante, richiedente asilo siano profondamente diversi.
Divisi per nazionalità, poi, abbiamo presentato un quadro generale della situazione dei rifugiati nel nostro paese, portando numeri, statistiche e illustrando le strategie governative ad hoc.
Per me questa è stata un’attività particolarmente interessante, perché ho avuto l’occasione di confrontarmi con realtà lontane anni luce dalla mia: accanto a Italia e Spagna, i due paesi più accoglienti, stava la Macedonia, toccata solo trasversalmente dal problema, e la Romania, che nemmeno lo conosce. In Romania, ci spiegano i ragazzi, i rifugiati non arrivano. In Slovacchia, invece, dove membri di organizzazioni razziste e neonaziste si aggiudicano un numero sempre più crescente di seggi in Parlamento, il governo rifiuta di accogliere rifugiati che non siano cristiani cattolici. La giustificazione? Nel paese non esistono moschee. Ecco perché nel 2015 solo 8 rifugiati hanno varcato la frontiera slovacca.

Che attività avete svolto durante lo scambio?
Dopo esserci conosciuti, abbiamo fatto attività di team building, perché il gruppo diventasse unito e disponibile al confronto. Dopodiché siamo entrati nel vivo del progetto: abbiamo lavorato sulla creatività e creato una storia, in forma di fumetto, che avesse come protagonista una famiglia di rifugiati.
Abbiamo poi realizzato due graffiti, un video, una pagina social e un opuscolo informativo sulla tematica dello scambio. A Ohrid, una cittadina dalla bellezza mozzafiato non lontana dal luogo delle attività, abbiamo messo in scena un flash mob, volto a sensibilizzare la comunità sulla questione dei rifugiati. Siamo persino stati intervistati e ripresi dalla TV locale.

Avete collaborato con qualche associazione?
Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Anica Zlatevska, psicologa specializzata nel lavoro con minori rifugiati e autrice del libro “Children Refugees“ sostenuto dall’ UNICEF. Con lei abbiamo riflettuto su cosa significhi essere costretti a lasciare la nostra casa per cercare la pace, e soprattutto su quale sia eticamente il nostro dovere di fronte all’incontro con un minore rifugiato.

Come ti sei trovata a lavorare con il tuo gruppo?
Senza l’entusiasmo del nostro gruppo italiano credo che lo scambio non sarebbe stato lo stesso. La differenza di età, provenienza, formazione ed esperienze di noi otto è stata il punto di partenza per un confronto produttivo e fonte di arricchimento. Lavorare insieme è stato divertente, piacevole e stimolante allo stesso tempo, perché ognuno di noi, seppur inconsapevolmente, aveva qualcosa da dare e da insegnare agli altri. Credo di aver imparato molto da ognuno di loro.

Credi che questo scambio ti abbia aiutata per la tua formazione?
Secondo me ogni esperienza Erasmus Plus è fondamentale per la mia formazione: lo Youth Pass, il documento rilasciato alla fine del progetto, entra nel mio CV e certifica le competenze acquisite. Inoltre, non solo questo scambio mi ha permesso di allenare l’inglese (e di imparare un po’ di spagnolo), ma anche di confrontarmi con realtà diverse dalla mia, di cambiare prospettiva. Scegliere di mettersi in gioco all’inizio fa sempre un po’ paura, ma respirare a pieni polmoni una volta superati i propri limiti è una sensazione unica.

Ti piacerebbe continuare lavorare su questo tipo di progetti?
Mi piacerebbe molto. Sicuramente presto partirò per altri scambi, ma parallelamente sto coltivando l’idea di lavorare alla scrittura di un progetto da realizzare nella mia comunità. L’impatto sulla popolazione locale, infatti, è innegabilmente forte, e sarei curiosa di scoprire cosa lascerebbe alla mia piccola realtà. Vedremo.

Torneresti in Macedonia? Magari per iniziare un lavoro inerente al tema dello scambio
Della Macedonia mi sono letteralmente innamorata. E’ una terra che porta ancora su di sé le cicatrici di un conflitto non troppo lontano nel tempo, ma è anche un invidiabile esempio di integrazione religiosa e culturale. Ci tornerò sicuramente, magari durante un viaggio per i Balcani con lo zaino in spalla. Per lavorarci non saprei, a settembre i miei studi mi porteranno in Olanda, ma mai dire mai!

A chi consiglieresti un’esperienza simile?
A tutti. A chiunque abbia voglia di imparare, mettersi in gioco e uscire dalla propria “comfort zone”. La consiglierei ai giovani che vogliono viaggiare ma che non sanno con chi farlo, perché partiranno da soli e torneranno con più di quaranta amici da tutta Europa, ma anche agli over 30, perché “inclusione” è l’Abc di Erasmus Plus, indipendentemente dall’età. A chiunque desideri partire e tornare “ diverso”.

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